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lunedì 30 luglio 2018

Il pensiero di Solzenicyn è ancora più attuale



A dieci anni dalla scomparsa del grande scrittore russo, vogliamo qui ricordarlo riproponendo questo articolo apparso sul numero 22 di Heliodromos (21 Aprile 2010), dove l’attualità del suo impegno e del suo pensiero appare, se possibile, ancora più vero e reale di allora. Se oggi la Russia di Putin si presenta come una valida alternativa alla dittatura del pensiero unico mondialista e all’imperialismo democratico, lo si deve anche all’impronta lasciata da Aleksandr Solzenicyn.

Da oltre un anno, senza Solzenicyn il mondo è più povero. La sera del 3 agosto 2008 Aleksandr Isaevich Solzenicyn, il grande scrittore e pensatore russo che è vissuto fuori dalla menzogna, moriva nella sua casa di Mosca all’età di 89 anni. Con la relativa tempestività che le uscite di questa rivista consentono, dopo quella scomparsa che ha rappresentato una grave perdita per la cultura non solo russa ma anche europea e mondiale, ci sembra giusto dedicargli un doveroso ricordo.



Il nostro omaggio comincia, come s’è visto, dalla copertina di questo numero di Heliodromos, in cui compare un Solzenicyn rappresentato in divisa nazista. L’illustrazione è opera del disegnatore Fabio Bonzi, ed è ripresa da un vecchio numero del mensile Linus (“rivista dei fumetti e dell’informazione”, come recitava la testata), del giugno 1974 (1). Solzenicyn veniva assimilato in quel numero di Linus ad altri personaggi politici dell’epoca, anch’essi ritratti in uniforme SS, tutti quanti invisi, chi per un motivo chi per un altro, al Partito Comunista Italiano e quindi a Mosca, che all’epoca dettava ancora le direttive e la linea da seguire ai partiti satelliti dei paesi occidentali.(2) A commento di un articolo della giornalista Lietta Tornabuoni sul “Nazismo nel cinema”, la galleria di “mostri sanguinari” comprendeva, oltre allo scrittore insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1970 e appena espulso dalla Russia, Augusto Pinochet, Richard Nixon, Francisco Franco e altri …nemici del progresso.

A distanza di tempo, si può affermare che quell’ostracismo e quel giudizio totalmente negativo su uno dei più grandi scrittori del secolo appena trascorso, è rimasto immutato ed è stato addirittura incrementato dell’accusa di antisemitismo che, nel curriculum di Solzenicyn, si è andata ad aggiungere a quelle precedenti, tipicamente comuniste, di controrivoluzionario e di agente della reazione. Come hanno ampiamente dimostrato le rievocazioni giornalistiche in occasione della sua scomparsa, che gli hanno voluto addebitare come colpe il richiamo alla Grande Russia Contadina, le critiche alle democrazie occidentali, gli ammonimenti sui rapporti tra russi ed ebrei e l’appoggio a Vladimir Putin.


 Il presidente V. Putin e lo scrittore A. Solženicyn

Da Una giornata di Ivan Denisovic ad Arcipelago Gulag, le opere che gli valsero il Nobel, ma gli costarono la perdita della cittadinanza russa; dall’esilio nei boschi di Cavendish nel Vermont, dove lo scrittore ricostruì un angolo di Russia e rifiutò caparbiamente di integrarsi in quella cultura americana che gli appariva quanto di più estraneo potesse esserci alla sua natura, lavorando alla monumentale opera sulla rivoluzione russa, La Ruota Rossa; fino al dissolvimento dell’Urss con la perestrojka e al suo rientro in patria, Solzenicyn rimase sempre fedele a un’idea alta dell’uomo e del popolo russo. E quest’idea che, per la redenzione del grande paese martirizzato dal lunghissimo dominio sovietico, presupponeva il ritorno alla povertà e semplicità contadina ed il richiamo alla spiritualità e alla profonda religiosità russa, risultava altrettanto inaccettabile per il trionfante capitalismo così come lo era stata per il soccombente comunismo.



 





E il fatto che Solzenicyn, dopo il rientro a Mosca, avesse ripreso a criticare il corrotto regime costituitosi all’ombra dell’alcolizzato Eltsin e guidato da oligarchi rapaci e senza scrupoli – così funzionali e in sintonia con l’Occidente – non faceva che accentuare la diffidenza verso questo “guastafeste” che aveva la pretesa di dire cosa fosse bene e cosa fosse male per il suo paese.

All’Occidente democratico egli aveva riservato lucide frecciate già nel discorso tenuto all’Università di Harvard l’8 giugno del 1978, dove, descrivendo “un mondo in frantumi”, considerava non degna dell’uomo una società basata esclusivamente sulla bilancia giuridica: «Quando tutta la vita è compenetrata dai rapporti giuridici, si determina un’atmosfera di mediocrità spirituale che soffoca i migliori slanci dell’uomo». Una società che si preoccupa solo ed esclusivamente dei diritti dei suoi cittadini, senza porre loro il problema dei doveri, non è in grado di affrontare le prove che i tempi impongono. L’autorità si vede tramutata in rincorsa del consenso. «Ed è così che col pretesto del controllo democratico si assicura il trionfo della mediocrità».

L’unica libertà che conta dovrebbe essere la libertà di fare il bene, ma «la società si è rivelata scarsamente difesa contro gli abissi del decadimento umano, per esempio contro l’utilizzazione delle libertà per esercitare una violenza morale sulla gioventù: si pretende che il fatto di poter proporre film pieni di pornografia, di crimini o di satanismo costituisca anch’esso una libertà». «E che dire degli oscuri spazi in cui si muove la criminalità vera e propria?» Ovviamente Solzenicyn non poteva trascurare il ruolo della stampa, sotto il cui termine egli comprende i mass media in generale, che concorre in modo determinante alla diffusione della superficialità delle coscienze ed all’inconsistenza morale delle società democratiche: «La stampa ha il potere di contraffare l’opinione pubblica e anche quello di pervertirla (…) “Tutti hanno il diritto di sapere tutto” (slogan menzognero per un secolo di menzogna, perché assai al di sopra di questo diritto ce n’è un altro, perduto oggigiorno: il diritto per l’uomo di non sapere, di non ingombrare la sua anima divina di pettegolezzi, chiacchiere, oziose futilità. Chi lavora veramente, chi ha la vita colma, non ha affatto bisogno di questo fiume pletorico di informazioni abbrutenti)».


Al crollo dell’Urss nel 1989, sotto il peso di una menzogna diventata oramai insopportabile, Solzenicyn, che era stato attento studioso e implacabile inquisitore del cancro che per 70 anni aveva corroso la sua patria, sentì il bisogno di dare un suo contributo costruttivo che potesse fornire un orientamento nel clima di bufera che avvolgeva la non più Unione Sovietica, ma non ancora Rus’, pubblicando nel suo esilio americano un prezioso pamphlet, dov’è sintetizzato in pagine lucidissime il suo pensiero politico.(3)

Scriveva il Nobel russo: «È giunta l’ora di una scelta recisa: tra un impero che distrugge prima di tutto noi stessi, e la salvezza spirituale e fisica del nostro popolo. (…) Mantenere un grande impero significa soffocare il nostro stesso popolo. A che questo guazzabuglio multicolore? Perché i russi smarriscano il loro irripetibile profilo? Non è alla dimensione dello stato che dobbiamo mirare, ma alla purezza dello spirito, per quel che ce ne resta». 

Anteponendo alle secolari pulsioni geopolitiche dell’immenso paese degli Zar, la necessità per il popolo russo di concentrarsi in se stesso, onde riemergere dagli abissi politici e morali in cui l’aveva scaraventato la menzogna comunista, Solzenicyn mostrava un realismo che, di lì a poco, gli assestamenti seguiti al crollo sovietico avrebbero effettivamente confermato.

In tanti danzarono scompostamente sotto le macerie del “Muro di Berlino”, plaudendo ad una nuova era di pace e democrazia. Ma il guastafeste Solzenicyn mise subito in discussione proprio questo futuro democratico, da lui abbondantemente toccato con mano durante l’esilio statunitense, riportando un giudizio di Dostoevskij sul voto universale e paritario: «la più ridicola invenzione del secolo XIX». Egli vedeva giustamente nell’imposizione del sistema democratico, in accordo con l’altro grande scrittore russo a cui è stato non impropriamente accomunato, «il trionfo di una quantità priva di contenuto su una qualità ricca di contenuto.





 




E poi, elezioni simili (di “tutti i cittadini”) presuppongono una destrutturazione della nazione: questa non è più un organismo vivo, ma una meccanica somma di unità disperse». La selezione che viene determinata dal voto libero e segreto è la negazione più completa della qualità, perché «di norma ottengono più voti quelli dalla parola più facile o quelli che godono di appoggi mascherati». Facile profeta, Solzenicyn constatava che «le campagne elettorali con un gran numero di votanti, svolte spesso presso un elettorato sconosciuto sono vacue, chiassose, con gran coinvolgimento di mass media, e tutto questo disgusta buona parte della popolazione. La televisione rivela l’aspetto, i comportamenti esteriori del candidato, non le sue capacità di statista. (…) Di per sé questo sistema non induce gli uomini politici a comportamenti che travalicano i loro interessi politici, anzi il contrario: chi parte da principi morali può venir facilmente emarginato». E per suggellare definitivamente il suo giudizio, faceva sua la conclusione di Tocqueville: «la democrazia è il regno della mediocrità».

Il fatto che le decisioni importanti vengano prese in sedi anonime ed incontrollate, dietro le quinte, sotto le pressioni di “gruppi di potere” e di “lobbisti”, costituisce il segno più evidente della funzione di foglia di fico attribuita dal potere alla cosiddetta democrazia. Tutte le aristocrazie, e quindi le élite, sono destinate a scomparire e dissolversi, determinando un inevitabile impoverimento di competenze, capacità e conoscenze; rimanendo a primeggiare la sola aristocrazia possibile nel sistema democratico: l’aristocrazia del denaro. «Disgusta poi che la pseudo élite intellettuale, generata dall’attuale competitività pubblicitaria, derida l’assolutezza dei concetti di Bene e Male, mascherando la propria indifferenza dietro il “pluralismo delle idee” e dei comportamenti. (…) L’indipendenza spirituale è stata messa in un angolo, schiacciata dalla dittatura della volgarità, delle mode e degli interessi settoriali».

Il Nobel russo, sempre in questo suo breve ma intenso progetto di ricostruzione nazionale, paventando una Russia che dopo essere stata vittima del partito unico bolscevico, diventasse vittima ora di più partiti, faceva sue le parole di Tito Livio: «La lotta tra i partiti è, e sempre sarà, per il popolo sciagura di gran lunga più grave della guerra, della fame, delle pestilenze e d’ogni altro castigo di Dio». Partito significa di parte, per questo «bisogna impedire che i “politici di professione” surroghino la voce del paese»; mentre «le società segrete, al contrario, vanno perseguite penalmente in quanto congiure contro la società».

L’alternativa che Solzenicyn proponeva era quella delle piccole entità locali, legate al territorio, dove ci si conosce tutti ed opera un effettivo senso comunitario: «Senza un’amministrazione locale correttamente impostata, non vi può essere sicurezza di vita, e perde ogni significato il concetto stesso di “libertà civile”». E per dare concretezza alla sua proposta, egli riportava un’esperienza fatta in Svizzera, nei primi anni del suo esilio: «Nella piazza cittadina, serrati l’uno accanto all’altro, si riunirono tutti gli uomini aventi diritto di voto (“gli uomini in grado di portare armi”, come propose Aristotele).

La votazione era pubblica, per alzata di mano. Il capo del governo cantonale, il landman, fu rieletto con entusiasmo e visibile simpatia, ma delle sue proposte legislative ne bocciarono tre: in te abbiamo fiducia, ma queste proposte non ci aggradano!». Solzenicyn richiamava alla memoria, per analogia, forme di rappresentanza locali proprie dello stato russo prerivoluzionario, (tributando, fra l’altro, un esplicito riconoscimento all’operato del ministro dello zar Stolypin!) dove questo stretto contatto fra rappresentanti e rappresentati esistette già, aggiungendo che «è ovvio che quell’esperienza non possa essere meccanicisticamente trasferita al nostro dilaniato paese di oggi, dove sono state scardinate le basi stesse della vita, ma senza di essa ben difficilmente potremmo imboccare la giusta strada».




  Pyotr Stolypin

Non ci si deve quindi sorprendere più di tanto se negli anni che gli restarono da vivere dopo il suo rientro in Russia lo scrittore condivise ed approvò l’operato del presidente Putin. L’incontro fra l’ex deportato e l’ex ufficiale del Kgb costituì il segno tangibile dell’avvenuta chiusura, non solo col passato sovietico, ma anche con la Russia di Eltsin, ostaggio degli avvoltoi dell’alta finanza interna (gli oligarchi indebitamente arricchitisi grazie alle privatizzazioni selvagge, che avevano messo sul mercato a prezzi stracciati le enormi risorse irrigate con le lacrime e il sangue del popolo russo) ed internazionale. Il fatto che gli odierni detrattori di Putin, strenui difensori della democrazia e della libertà (libertà di demolire il tessuto sociale e di degradare il livello morale dei popoli, nonché libertà di rubare e saccheggiare le risorse nazionali) (4), coincidano perfettamente con gli avversari di ieri e di oggi dello stesso Solzenicyn, è un elemento che già da solo ci può fornire elementi utili a valutare con indipendenza e senza pregiudizi la figura del presidente della Federazione russa. Gazprom e kalašnikov, alla lunga, potranno rivelarsi molto più efficaci e decisivi nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei popoli, nonché nell’indipendenza alimentare di una buona fetta dell’umanità, delle chiacchiere inconcludenti dell’impotente Unione Europea e della esibizione degli oramai flaccidi muscoli dell’ex superpotenza statunitense.


Enzo Iurato








***
(1) È probabile che ai giovani di oggi quel nome faccia pensare solo ed esclusivamente ad un software per computer, ma la rivista diretta da Oreste Del Buono, che pubblicava in Italia i Peanuts di Charles Schulz, rappresentò in quegli anni un importante punto di riferimento per l’immaginario collettivo di tanti giovani, non solo di sinistra (per la sua totale organicità alla cultura comunista), ma anche per gli altri che non riuscivano ad accontentarsi delle scarse vignette del Borghese e di Candido. Il fatto che poi sulle sue pagine si potessero leggere le avventure di Corto Maltese o le storie surreali disegnate da Benito Jacovitti, sicuramente non riconducibili ad una sensibilità di tipo comunista, permetteva di passare sopra tante insopportabili manifestazioni del conformismo progressista presenti sul mensile milanese.

(2) Il servilismo acritico, accettato con entusiasmo e mostrato con l’orgoglio con cui si esibisce una decorazione, è una malattia congenita dell’intellettuale (che nulla ha da spartire con l’uomo di cultura ed il saggio, alla cui nobile razza Solzenicyn apparteneva di diritto!); il quale intellettuale, dovendo per sua necessità vitale essere al passo coi tempi, lega di volta in volta il suo cavallo al carro del vincitore del momento. E così in quegli anni Settanta si assistette in Italia alle penose performance delle mosche cocchiere, organiche al pensiero marxista ed al comunismo internazionale, tristi epigoni di quelle marionette staliniane manovrate nella Parigi fra le due guerre mondiali dal “puparo” Ilia Erenburg. Ovviamente, molti di quelli (per lo meno fra i sopravvissuti!) li ritroviamo oggi riciclati interpreti e zelanti difensori del pensiero unico liberal-capitalistico; e dunque tutt’ora coerenti nel loro trasformismo, sempre nemici e censori di Solzenicyn.

(3) A. Solzenicyn, Come ricostruire la nostra Russia? Considerazioni possibili, Rizzoli, Milano 1990.

(4) In un discorso pronunciato il 1° giugno 1976 presso la Hoover Institution in occasione del conferimento dell’American Friendship Award, Solzenicyn aveva ulteriormente ribadito la sua idea in proposito: «Libertà, dunque, è la “libertà” di sporcare con rifiuti commerciali le cassette della posta, gli occhi, le orecchie, i cervelli degli uomini e le trasmissioni televisive, al punto che è impossibile vederne una dall’inizio alla fine senza interruzioni. “Libertà” di sputare pubblicità e propaganda sugli occhi e sulle orecchie dei pedoni e degli automobilisti. “Libertà” degli editori di riviste e dei produttori di cinema di portare sulla strada sbagliata le nuove generazioni con immagini provocanti ed equivoche. “Libertà” dei giovani fra i quattordici ed i diciotto anni, che stanno crescendo, di abbandonarsi all’ozio e ai piaceri fatui, invece di imboccare la via del vero impegno e della crescita morale. “Libertà” delle persone giovani e sane di dedicarsi a nessun lavoro e di vivere alle spalle della società. “Libertà” degli scioperanti di usurpare diritti e di privare il resto dei cittadini di una vita normale, del lavoro, dei mezzi di trasporto e persino dell’acqua e degli alimenti. “Libertà” di presentare in tribunale testimoni di comodo anche quando l’avvocato sa che il proprio assistito è colpevole. “Libertà” di interpretare in modo così estremistico le regole assicurative da trasformare in usura persino l’azione di un samaritano. “Libertà” di volgari scrittorelli d’occasione, irresponsabilmente portati a trattare in modo superficiale i problemi, formando così l’opinione pubblica in modo frettoloso. “Libertà” del fabbricante di pettegolezzi, che riesce ad impedire al giornalista, per calcolo egoistico, di avere pietà del suo prossimo e della sua patria. “Libertà” di divulgare i segreti militari e di sicurezza del proprio paese al fine di perseguire fini politici personali. “Libertà” dell’uomo d’affari nelle transazioni commerciali, insensibile al numero di esseri umani che potrebbero essere pregiudicati dalle stesse e al danno che potrebbe arrecare alla patria. “Libertà” del politico di parlare irriflessivamente di ciò che piace ai lettori di oggi, senza curarsi della loro sicurezza e del loro benessere futuri. “Libertà” dei terroristi che sfuggono alla pena, il che significa che la pietà nei loro confronti si trasforma in una sentenza di morte nei riguardi della società. 
“Libertà” di restare indifferenti dinnanzi ad una libertà lontana, straniera, che sia stata calpestata. 
“Libertà” di non difendere neppure la propria libertà: “che siano gli altri a rischiare la pelle”



Tratto da Azione Tradizionale


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17 commenti:

  1. Bellissimo! C'è ne fossero di scrittori così! Anzi di persone così, la rivoluzione del sole Nero avverrebbe prima di domani Mattina! Io amo scrivere e nel cuore provo lo stesso disprezzo per gli stessi nemici...ma non so se sarò mai bravo come lui. Grazie White Wolf di questo articolo.

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  2. Che ne pensate del serial killer Zodiac,cui identità ancora oggi è sconosciuta, a San Francisco?Secondo voi ci poteva essere un legame con l'elite?

    Admin moon

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    1. è sicuro che è collegato ad azioni volte a manipolare l'opinione pubblica, sicuramente sono coinvolti direttamente i servizi segreti, o qualche candidato manchuriano. Guarda le vicende di renato bilancia in Italia, è un caso tipico di queste operazioni.

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    2. White Wolf...ma quando si va nel mondo dei sogni si può meditare? O meglio mentre si è nel mondo dei sogni si può medirmed in esso?

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    3. addiritura si pensa che il mostro di firenze e Zodiac siano la stessa persona....

      I suoi omicidi erano soprattutto a quelli di coppie.Si pensa che l'uomo fu un tale joe Bevilaqua,appartenete ai servizi segreti italiani;ed era ITALO-AMERICANO

      Che ne pensate?Fatemi sapere...

      Admin Moon

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    4. Non solo si è tornato a parlare di Narducci il legionario in un intervista a Tempi ha detto che ben altri ambienti sarebbero dietro , l' accostamento con Zodiac non può essere casuale , ma c'entra veramente , se non a far capire che certi ambienti agiscono assieme al dominio d' oltreoceano ? Cosa si stanno comunicando , anche perché ogni volta che tirano fuori vicende vecchie senza particolari risvolti , il motivo è un altro non certo fare un po di luce , almeno per i mass media in generale. Questi vengono fatti a vari livelli e alcuni scopi scoperti possono essere solo alcuni di cui traggono vantaggio le cerchio più basse , ma la macchina del rito che si mette in moto è sempre la stessa ed antichissima. Ad esempio uno dei motivi di quelli più in basso è "la strategia della tensione ", la paura per il controllo sociale ,un pera di ristabilimento della gerarchia sui piani sottili e sulle psicologia delle masse , il pericolo inafferrabile e imprevedibile ( strumento principe usato che riassume queste caratteristiche : il terrorismo), il tutto immesso in un quadro simbolico che muove corrispondenze e analogie di cui gli operanti più in basso inconsapevolmente attuano e di cui non si accedono ecco quindi il codice simbolico del Botticelli ad esempio.


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    5. Le rivelazioni hanno origine in una nuova pista interpretativa hanno origine in estate 2017: un giornalista di cui non si sa l’identità è entrato in contatto con un personaggio che era finito citato più volte nelle carte processuali dell’indagine sul Mostro di Firenze: “Ulisse”, l’individuo nero a cui farà riferimento dal carcere Mario Vanni, il postino incarcerato per quei delitti, in un’intercettazione poi mai ripetuta. In quell’intercettazione Vanni dirà in maniera inequivocabile che l’assassino è un ex-funzionaro nero americano con conoscenze radicate in Italia (aveva fatto il soldato qui), che lui stesso ha incontrato nei boschi toscani ai tempi dei delitti, senza però ripetere quella dichiarazione in una testimonianza ufficiale.
      Il 30 giugno 2003, Lorenzo Nesi colloquio con il recluso Mario Vanni (Torsolo), al carcere Don Bosco di Pisa il colloquio tra i due venne registrato dalla Polizia Giudiziaria .Vanni: Ma... eh... gli è stato il mostro, hai capito?
      Nesi: Come? V: E’ stato Ulisse che ha ammazzato tutte questa gente, nero.
      N: Chi gl’è il nero? V: E’ un americano.
      N: Un americano? E chi ammazzava?
      V: Ulisse. Ulisse si chiama. N: Un l’ha ammazzati il Pacciani? O ‘un l’ha ammazzati il Pacciani? V: No. N: E indo gli era quest’americano? V: E indo gli era? Nel bosco lo trovi. Lo trovò nel bosco. Ogni cosa gl’aveva. Che l’era stato lui a fa’ questi delitti. Probabile che questo Ulisse era un invenzione del Vanni.A registrare il colloquio – avvenuto il 30 giugno 2003- gli uomini del Gruppo Investigativo sui delitti dirette da Michele Giuttari. . Perché inventare? Perché è Mario vanni,per le sue condizioni di salute , si potrebbe dire, ma è difficile che un americano di origini italiane possa essere un nero. Sul significato della parola nero c'è da dire che nel tempo, diversi testimoni trascurati, avvistarono un uomo in tuta nera tipo muta da sub,ma nessuno di loro arrivò a testimoniare in aula,  per la prima volta ne parlò una medium.

      Bevilacqua era già entrato in questa inchiesta, quando fece da testimone nel 1994 durante il processo per Pacciani per l’ultimo duplice omicidio del mostro ,quello degli Scopeti nel 1985, quando erano stati uccisi i francesi Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili.  È stranamente stato l’unico testimone ad aver visto Pacciani sul luogo del delitto, tanto che lo stesso imputato si è molto alterato definendolo “matto”. Bevilacqua, che rifiutò le riprese televisive, dichiarò inoltre, in aula di aver scoperto la notizia del duplice omicidio per radio all’ora in cui era solito andare a lavorare, ma in realtà la notizia venne resa pubblica molte ore più tardi, ma nessuno se ne preoccupò. Bevilacqua avrebbe non solo confessato, ma sconvolto anche gli Stati Uniti, perché avrebbe aiutato a decifrare i codici nelle lettere inviate da Zodiac alla polizia. È stato lui a svelare che all’interno delle lettere c’era la sua firma, sia “Joe Bevilacqua” che “Giuseppe Bevilacqua”, e che l’ossessione mostrata dal killer nei confronti dell’acqua era solo un gioco di parole per arrivare al suo cognome.

      Giuseppe Bevilacqua è un italiano nato nel New Jersey. Nel 1968, anno in comune tra i due serial killer, l’uomo era in America ma si sa per certo che ha trascorso un mese in Italia, proprio nel periodo in cui il mostro ha iniziato a colpire. Ha partecipato alla guerra in Vietnam ed è diventato un agente della polizia criminale. È poi rientrato in Italia nel 1974, diventando responsabile del cimitero militare americano dei falciani a San Casciano. Proprio nello stesso anno sono ripresi i delitti del Mostro di Firenze e le sue vittime venivano mutilate, proprio come in realtà aveva minacciato di fare Zodiac nelle sue lettere. Annunciò che da quel momento avrebbe preso a mutilare le donne ammazzate,poi, improvvisamente, scomparve.

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    6. Il misterioso giornalista ha però avuto una serie di conversazioni con “Ulisse”, durate fino a Settembre 2017,
      nell' estate del 2017, periodo in cui è entrato in contatto col killer ed è diventato il suo “biografo”, in cui avrebbe ricevuto prove inoppugnabili che confermerebbero la sua identità come Zodiac e Mostro di Firenze.
      Tuttavia, anche la data evocativa scelta per rivelare le proprie colpe, l'11 settembre 2017, farebbe ipotizzare che il racconto sia frutto delle fantasia dell'ex ufficiale. Sarà lo stesso Ulisse a guidare il giornalista alla risoluzione degli enigmi che furono inviati negli anni ’70 a nome Zodiac, e la soluzione degli enigmi sembrano puntare proprio al suo nome. Il giornalista diventato suo “biografo” scopre che l'ex militare,in quegli anni viveva a pochi chilometri dal lago e che le residenze del militare, sia successive che precedenti, sono sempre nelle vicinanze delle scene del crimine. 
      Quando il militare in pensione rivela la data di nascita, un altro tassello compone il puzzle: è la stessa che Zodiac rivelò di avere in una lettera anonima. La data di nascita coincide, le date dei delitti pure, e Ulisse avrebbe anche confermato di esser stato in alcuni dei luoghi dei delitti americani proprio quando quei delitti avevano luogo. Portato con cautela dal giornalista all’evidenza che lui era entrambi i killer, evidenza che a quel punto poteva essere chiara anche alle forze dell’ordine, Ulisse non avrebbe negato: “I miei colleghi sapevano”, dirà riferendosi ai membri del Criminal Investigation Detachment a cui anche alcune lettere di Zodiac facevano riferimento.  "Non mi sono mai costituito per non mettere nei guai gli altri”. Quelli che sapevano.
       . E' il 13 settembre 2017, da allora il presunto "Ulisse" svanisce nel nulla, il giornalista nel marzo 2018 racconta tutto alla Procura di Firenze.
      Lo stesso documento è stato condiviso con la stampa nei giorni scorsi, con la rivista Tempi che ne ha fatto un lungo ed esaustivo racconto-inchiesta in tre parti.

      I delitti dello Zodiac sono a tutt’oggi un mistero al pari di Jack lo squartatoee molte supposizioni e nulla di certo.
       La firma dello Zodiac era un cerchio attraversato da una croce. Il simbolismo per Zodiac era una vera e propria ossessione, come chiaramente emerge dalle lettere, dai messaggi crittografati e dai simboli con cui egli stesso si identifica.Il fratello del sospettato
      Arthur Leigh Allen riferì che la loro madre aveva regalato ad Arthur un orologio che lui amava molto: la marca era Zodiac e il logo era un cerchio con una croce, stesso simbolo usato come firma dall’assassino seriale
      Molte coincidenze che accomunavano la vita di Arthur Leigh Allen e quella del serial killer Zodiac, fanno pensare ancora oggi che potessero essere realmente la stessa persona. Tra il 1970 e il 1974 Allen decise di trasferirsi a Sonoma per frequentare un corso di chimica. Il periodo coincide con un momento di tregua da parte di Zodiac, ma per una strana coincidenza iniziarono a morire delle studentesse di Sonoma( Sulla linea di Sonoma sorge il Bohemian Groove) .Allen morì nel 1992 , nel 2002 decisero di confrontare il DNA di Allen con quello ottenuto dal francobollo di una lettera di Zodiac. Non vi fu alcun riscontro. Si legge infatti nel Libro "Zodiac" dell' anonimo vignettista del San Francisco Chronicle, Robert Graysmith, che non è mai stato tradotto in italiano, che l’assassino seriale americano uccideva preferibilmente coppie appartate, nei weekend o nei giorni festivi, prima di mezzanotte, nelle sere di novilunio, con pistole di piccolo calibro. Nel kit aveva un coltello e una torcia , molte delle ferite sulle vittime americane hanno una profondità di non più di uno o due centimetri. 

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    7. La seconda soluzione potrebbe suggerire che Ulisse fosse proprio un “cid”, cioè «una persona interinale rispetto al meccanismo poliziesco e dunque sempre perfettamente a conoscenza di tutto quel che si muoveva in quell’ambiente», come ha sempre sostenuto l’avvocato Filastò , un agente del Criminal investigation detachment”.
      Ora le accuse a Vigilanti sono vaghe sembra che la pista seguita dal Ros sembrerebbe concentrarsi su ambienti a stretto contatto con le istituzioni. Probabilmente capaci di influenzare le indagini, come da sempre sostiene l’avvocato storico di Mario Vanni, Nino Filastò.  Ma si è mai visto un serial killer che confessa ad un giornalista dopo averla sfangata per tutta la vita? “Francamente no. Non solo è qualcosa di mai visto, ma è ancora più incredibile che un soggetto confessi di essere allo stesso tempo due dei più imprendibili serial killer della storia criminale contemporanea, attivi addirittura in due continenti differenti”.

      Zodiac cessa l’attività nel 1974 e il Mostro di Firenze la inizia nello stesso anno. ad agosto di quell’anno, non c’è più notizia di Zodiac, se non la sua ultima lettera.
      La coincidenza delle date a questo punto fa pensare che dopo l’ultimo omicidio di Zodiac negli Stati Uniti, il killer si sia trasferito in Italia. La poca se non addirittura nessuna similitudine tra il profilo di Zodiac e del Mostro di Firenze. Il modus operandi è vero che può cambiare, ma la firma no

      Bevilacqua depose al processo d’Assise contro Pietro Pacciani, ritenendo di averlo visto nei pressi del luogo dell’ultimo delitto.  Zodiac, il celebre serial killer americano che avrebbe commesso 37 omicidi tra gli anni ’60 e i ’70, non è mai stato catturato. Negli anni degli omicidi negli Stati Uniti (dal 1968 al 1974), l’assassino invierà molte lettere criptiche al San Francisco Chronicle, con enigmi che puntavano a rivelare la propria identità (se risolti) e un punteggio che amava assegnarsi e aggiornare a ogni lettera Tutte le lettere venivano firmate con un cerchio attraversato da una croce. 



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  3. Aleksandr Solzenicyn ha dichiarato apertamente che i COMUNISTI BOLSCEVISHI erano SIONISTI,è complottavano contro gli zar


    Admin Moon

    Admin Moon

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    1. Si è certo,tantovero che in quegli anni si registrava un grande malcontento ,perche tutte le cariche importanti erano in mano agli ebrei,es politica e esercito, e questo era evidente perché c era una grande differenza fisico-estetica tra un russo ed un ebreo, mentre da noi si mimetizzano meglio es Mentana,Letta,Fazio,Elkann etc

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  4. Vediamo se posso dirlo cosi, il Putin che incontrò Solženicyn è lo stesso di oggi ? La Russia di oggi è qualcosa di diverso dal sistema Urss ? Cosa sappiamo del sistema Russia attuale ? Un regime che si incentra su una sola persona , che non si capisce perché fanno le elezioni, con opposizione dei due partiti ufficiali finta e con gli altri oppositori finanziati dagli atlantici come poteva essere Nemtsov o Navalny anch'essa finta. Ma vedete che ogni cosa se la prendono con la Russia , ma credete veramente che la Russia abbia intenzione di "liberarci "? Uno dirà litigano tra di loro ,guerreggiano ma è una lotta tra fazioni, litigano ma sono sempre Loro , rispondono agli stessi vertici , è come credere che l"Urss volesse veramente far cadere il Capitalismo, che senso ha credere alle stesse favole solo perché cambiano bandiere e nome alle ideologie .Perché è caduto il muro di Berlino ma il sistema di potere è sempre quello , gli Oligarchi sono sempre lì solo ha cambiato strategie e interessi. Alla Russia è interessata qualcosa della Siria che comunque è stata resa al suolo ? Ma vedete come ogni cosa se la prendono con la Russia : Snowden,Cambridge Analytica , caso Skrypal , Snowden,Russiagate ecc..., ,è il nemico inventato per giustificare le proprie azioni , come per la Crimea , ma credete che vogliano scatenare veramente la guerra su queste cose ? Che la Crimea non sia stata preventivamente concordata ? Vedete come non se ne parla più.

    Mark

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    1. Concordo con il tuo pensiero Mark.
      Senza dimenticare che Putin ha grande reverenza per il patriarca Kirill.
      A proposito, dopo svariati secoli, è sembrato che ci sia stata agli occhi dei 'non vedenti'una riconciliazione dei due più alti rappresentanti del 'cristianesimo'.
      L'incontro al vertice di Cuba del 12.2.2o16 tra Bergoglio e Kirill è stato a detta di tutti un avvenimento eccezionale. Ma quello che si son detti dopo il loro lungo abbraccio non è dato saperlo. Che il gesuita abbia mandato dopo alcuni giorni Kirill in Antartide nessuno ha detto una parola del perché. I pennivendoli di regime si sono tutti accontentati come risposta che, Kirill è andato in mezzo ai pinguini perché doveva andare a nascondere colà l'arca di Gabriele(??) generosamente offerta dall'Arabia Saudita perché voleva sbarazzarsene molto velocemente. Tutti sono pronti a farsi dei Muzio Scevola per questa ennesima favola per bambini targata Vaticano. La verità è tutta un'altra cosa. Ma non è il caso di approfondirla. Tutto ciò non interessa minimamente alla massa che presta la massima attenzione a pigiare il pollice sullo smartphone. Verrà tutto a galla al momento opportuno.

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  5. @ Si Ancor come tutte le cose di cui non vogliono che si presti attenzione l' incontro con Kirill sul territorio neutro , è passato in secondo piano , il tutto risale alla divisione dell' Impero Romano , pare che El Papa freme dalla voglia di andare in visita in Russia . Putin ha riportato in auge la Chiesa Ortodossa e ci tiene a farsi vedere uomo pio alle funzioni religiose , ultimo favore : la stretta ai Testimoni di Geova , come da noi dobbiamo vedere De Magistris e Di Maio baciare S.Gennaro , anche se non sono esattamente campioni di cattolicità, evidentemente non è quello il tipo di fedeltà richiesta dai sommi sacerdoti, hanno pure gli Ordini simili come i Cav. di Malta. Probabilmente l' arca è stata restituita ai suoi padroni , i nostri schiavisti si trovano in Antartide.


    Mark

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  6. Da leggere anche di Solzenycin l'opera "Due secoli insieme "in cui parla degli ebrei.Un secolo dopo la vittoria dei Bolscevichi, gli storici brancolano ancora nelle nebbie quamdo si chiede loro o si cerca di capire il ruolo giocato dagli ebrei negli avvenimenti che hanno portato alla fondazione dell’URSS . Il ruolo degli ebrei nella Rivoluzione Russa è stato predominante, ma nonostante ciò la maggior parte dei libri e degli storici lo ignora e non affronta il dibattito .Malgrado autorevoli voci come Solzenycin non hanno girato attorno la scottante questione.
    Il  gruppo composto da Lenin e dai suoi compagni era considerato da molti come un gruppo eclettico di ebrei rivoluzionari , la particolarità era che la metà di loro era ebreo. 
    La maggior parte delle analisi e delle opere che trattano questo tema trascura completamente il carattere ebraico di questi rivoluzionari.Quando Alexander Solgenitsin ha cominciato a lavorare alla sua opera intitolata “Due secoli insieme”, è stato criticato per avere osato toccare questo tabù. I commenti che ha rilasciato alla stampa hanno ancora di più rigirato il coltello nella piaga, quando ha affermato che la Ceka, la polizia segreta ucraina, era composta per due terzi da ebrei. «La rivoluzione ha senz’altro permesso agli ebrei di penetrare in quasi tutte le sfere della vita russa,I tre milioni di ebrei presenti in Unione Sovietica costituivano allora la più grande comunità ebraica del mondo, anche se non rappresentavano più del 2 % della popolazione totale del paese. Erano concentrati nella regione occidentale della Russia imperiale, oltre che in Ucraina e in Bielorussia, dove rappresentavano tra il 5 e il 10 % della popolazione. Gli ebrei erano una delle minoranze più importanti del paese coi Georgiani, gli Armeni, i Turchi, gli Uzbeki e altri; però nessuno di questi altri gruppi ha giocato un ruolo centrale nella Rivoluzione. La metà dei dirigenti del comitato centrale del partito comunista che assunsero il potere quando, nel 1922, si manifestò la malattia di Lenin – Lev Kamenev, Trotsky e Zinoviev – erano ebrei. Yakov Sverdlov, presidente del comitato centrale esecutivo di tutta la Russia dal novembre 1917 fino alla sua morte nel 1919, era anche lui ebreo.V.M. Molotov, il potente ministro degli Affari esteri con Stalin, ha più volte parlato degli ebrei in una serie di colloqui con l’autore, Felix Tchouev, tra il 1969 e il 1986, che hanno formato la trama di un’opera pubblicata nel 1991, “Conversazioni con Molotov”. Quest’ultimo ricorda che, alla morte di Lenin, « gli ebrei occupavano posizioni dominanti, nonostante rappresentassero una modesta percentuale della popolazione ». « Gli elementi rivoluzionari sono percentualmente di più tra gli ebrei che tra i Russi. Insultati e oppressi, sono diventati più versatili. E sono penetrati in tutti gli ambienti, per così dire ».
    Lo zar Alessandro consentì anche agli ebrei di insediarsi nelle grandi città russe come Mosca e San Pietroburgo. Ma dopo l’assassinio dello zar nel 1881, un’ondata di pogrom si riversò sul paese. Vennero imposte nuove restrizioni agli ebrei, limitando i luoghi dove potevano vivere e lavorare. Ciò provocò un’importante emigrazione di ebrei russi: quasi 2,3 milioni partirono verso ovest tra il 1881 e il 1930.
    Quando Theodor Herzl visitò l’impero nel 1903, constatò che il 50 % dei militanti dei partiti rivoluzionari era ebreo. Il padre del sionismo avrebbe allora chiesto al conte Witte, ministro delle Finanze, la ragione di questa sproporzione.

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  7. « Penso che sia colpa del governo », avrebbe risposto il ministro. « Gli ebrei sono troppo oppressi ». 
    Paradossalmente, più gli ebrei diventavano ricchi e liberi nell’impero, e più prendevano coscienza della precarietà della loro condizione e si univano alla ribellione che ribolliva contro il governo. Nella sua autobiografia del 1930, Trotskij ha cercato di minimizzare il suo essere ebreo.Trotskij non menziona una sola volta l’espressione « ebreo » prima del quinto capitolo relativo alla sua formazione fino al 1891. Per quanto sia stato circondato da ebrei, tralascia completamente questa questione etnica e religiosa.  Nel 1904, una querelle nel Partito laburista socialdemocratico russo tra Julius Martov e Lenin provocò la scissione tra i Bolscevichi di Lenin e i Menscevichi di Martov. Quest’ultimo era ebreo come molti menscevichi.
     I dirigenti del Bund come Mikhail Liber, che volevano avere una parte nella rivoluzione mantenendo la propria identità ebraica, vennero esiliati o fucilati negli anni 1930. Martov, da parte sua, lasciò la Russia nel 1920, constatando la « bestialità crescente degli uomini » nel corso della guerra civile scoppiata dopo la Rivoluzione. E’ morto in esilio. Alcuni bundisti ebrei sono rimasti in URSS e hanno fatto carriera. E’ il caso di Israel Leplevsky di Brest-Litovsk, ministro dell’Interno dell’Ucraina prima di essere arrestato e fucilato nel 1938, o di David Petrovsky di Berdychiv, un influente pianificatore economico fino a quando non sarà arrestato e fucilato nel 1937.  Trotskij arrestato nel 1906, venne mandato in esilio dal regime zarista. Dopo essere riuscito a evadere, si rifugiò a Vienna, dove si legò d’amicizia con Adolph Joffe. che era redattore capo della Pravda. I due posero il veto all’inclusione di altri partiti socialisti nel governo rivoluzionario. Trotskij venne espulso dal Comitato centrale nel 1927 insieme a Zinoviev. Al crepuscolo della sua vita, mentre migliaia di ebrei comunisti venivano giustiziati nelle purghe staliniane a causa della loro troppo grande influenza, Trotskij tornò sulla questione ebraica. Quando ero giovane, ha scritto, « ero più proclive a ritenere che gli ebrei dei vari paesi avrebbero finito per assimilarsi e che la questione ebraica sarebbe così finita ». Accusava soprattutto l’URSS di insinuare che gli ebrei erano degli « internazionalisti » attraverso processi farsa.Le percentuale elevate di ebrei nei cerchi dirigenti nel corso di questi anni è proporzionale alla loro presenza nelle città, dichiarò Sergo Ordzhonikidze, membro dell’Ufficio Politico durante il 15° Congresso del partito, secondo Solgenitsin. La maggior parte degli ebrei viveva infatti nelle città a causa, non solo dell’urbanizzazione crescente, ma anche delle leggi che li avevano tenuti lontano dalle terre. Molti vennero uccisi nel corso delle purghe. 
    Alcuni di questi bolscevichi che avevano giocato un ruolo chiave nell’esecuzione di altri, come il direttore del NKVD Genrikh Yagoda, sono stati anch’essi giustiziati. Solgenitsin stima che in questo periodo gli ebrei che occupavano posizioni importanti siano passati dal 50 % in certi settori al 6 %. Anche molti ufficiali ebrei dell’Armata Rossa sono stati vittime delle purghe. Per la stampa ufficiale è ancora difficile da capire che cosa abbia attirato tanti ebrei verso il comunismo.  Essa si chiede se le loro azioni erano impregnate di giudaismo, del senso della missione ebraica veicolata dalle nozioni di Tikkun olam (perfezionare il mondo, in ebraico, ) e di « luce delle nazioni » (il dovere di Israele dettato dal profeta Isaia,) , o le loro azioni erano semplicemente dettate dal pragmatismo di una minoranza che cerca di integrarsi in una società? 

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  8. Molti ebrei fecero delle scelte economiche pragmatiche decidendo di partire verso il Nuovo Mondo ,altri hanno scelto di esprimersi in quanto ebrei, attraverso i gruppi socialisti ebraici, oppure attraverso il sionismo, altri ancora invece cercarono una soluzione radicale con la rivoluzione comunista, una soluzione che escludesse altre voci come quelle del Bund o dei menscevichi, ma comprendesse solo quella del loro partito. Essi non avevano alcuno scrupolo ad assassinare i loro correligionari, e non dimostravano maggiore etica dei solo pari non ebrei. La spiegazione della loro sproporzionata presenza nella direzione della rivoluzione rimane tuttora un tabù , è ciò che ha cercato di dire Solzenycin non è stato ripreso.



    Mark

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